Cure domiciliari, “mettono d’accordo tutti ma incontrano resistenze. E non mancano le criticità”

Cure domiciliari, "mettono d'accordo tutti ma incontrano resistenze. E non mancano le criticità"“Emozionante e praticabile” il modello proposto dal “Comitato 16 Novembre” nel progetto “Restare a casa”: è il parere di Guido Matucci, esperto di “homecare”. “Il coinvolgimento del caregiver familiare è fondamentale. Stupendo sarebbe un salario per questi eroi”.

ROMA – Il progetto “Restare a casa”, firmato Comitato 16 Novembre? Sicuramente “emozionante”, forse attuabile, ma con riserva. E’ questa, in sintesi, l’opinione di Guido Matucci, esperto di cure domiciliare in quanto direttore generale, per oltre 20 anni, di “una grande società privata specializzata in homecare, quella che in gergo viene chiamata Home care service provider. Oggi sono in pensione – racconta Matucci – ma ho sempre mantenuto vivo l’interesse per questa materia/ attività di cui si parla sempre più, ma senza conoscerla”. Matucci, invece, conosce molto bene le potenzialità del modello di assistenza domiciliare e ha ben presenti anche le criticità e le difficoltà di gestione che questo pone.

In sintesi, dottor Matucci, l’assistenza in casa dei malati gravi, proposta dal Comitato 16 Novembre, è un’idea praticabile?

Si: non solo è praticabile, ma già avviene in più parti d’Italia, oltre che in quasi tutti i paesi d’Europa. L’assistenza domiciliare ai pazienti affetti da patologie croniche invalidanti progressive, tra cui anche la Sla, è realtà in tutte le regioni, anche se con modalità di erogazione diverse.

Quali sono le difficoltà di gestione del malato in casa?

La difficoltà più evidente è quella di dare al malato gli stessi contenuti e supporti, la stessa sicurezza che troverebbe in ospedale. Datosi che non si può trasferire al domicilio l’intera equipe dell’ospedale, si ripartisce la gestione tra l’ospedale stesso, che dirige dalla cabina di regia, e la famiglia che mette a disposizione il caregiver. Il coinvolgimento di uno o più famigliari in questo ruolo è fondamentale.

Riscontrate un impegno del Ssn verso la domiciliarità, o prevale ancora la tendenza all’istituzionalizzazione?

A parole il domicilio mette tutti d’accordo. Ma ci sono spesso resistenze: da un lato, la struttura ospedaliera non è indicata per la cura a lungo termine di questo tipo di paziente. D’altro canto, però, il domicilio non sempre è adatto per mille motivi. E poi ci sono i motivi più generali e, speriamo, solo contingenti, attinenti alla riduzione degli ospedali al di sotto di una certa taglia. Che quindi vedono con disappunto il passaggio di certi pazienti al domicilio…

Le cifre contenute nel progetto (e in particolare quelle relative al risparmio di 1,2 miliardi per il Ssn) sono secondo voi fondate?

Può darsi. Ma è qui che vedo il punto debole del progetto che pure mi ha tanto entusiasmato, direi anzi emozionato. Per poter affermare che si ottengo tali risparmi, occorrerebbe conoscere il costo attuale. Bisognerebbe poi stabilire un livello di servizio valido per tutta l’Italia e non diverso da regione a regione, da una Asl all’altra.

In generale, quindi, il progetto le sembra ben fatto?

Mi sono emozionato alla lettura del progetto. Pur con qualche imprecisione, o qualche improvvisazione, va nella direzione di bloccare chi ha il potere, di farlo riflettere sui lungodegenti gravi e gravissimi, che non hanno voce, ma ai quali non può essere applicata una spending review… Il coraggio e la forza d’animo spesso ci impressionano e ci lasciano interdetti: ma anche il coraggio e la forza d’animo dei caregiver, che si prendono cura dei loro congiunti, cui restano legati anche quando la malattia li rende dispotici, magari anche cattivi. L’idea di un salario a questi eroi è stupenda…. Mi domando però se sia il caso di arrivare a proteste estreme. Il nostro è un mondo assurdo, dove l’audience premia senz’altro di più la gravidanza della showgirl di turno che non il decesso.

di Raffaele Pennacchio

Fonte INAIL


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