Comici fatti di sangue

Comici fatti di sangueAl Teatro Rossini di Pontasserchio Alessandro Benvenuti - in Comici fatti di sangue - dimostra, oltre al suo talento di autore e interprete, che la comicità non è un genere bensì una fonte d’ispirazione.

Gli italiani – forse per via di quella scuola dell’obbligo che ci ha insegnato a piangere di Cuore e a considerare italiano il fiorentino risciacquato in Arno – e, soprattutto, la critica sono tuttora succubi di quella idea, altrove superata, che vuole gli attori comici, comici, e gli attori tragici, attori. La distinzione di genere non è infatti solamente quella che relega la donna a massaia ed esalta l’uomo a commendatore, quanto quella che inserisce nel repertorio leggero, frivolo, “popolare”, tutti i generi cosiddetti minori (dal comico al noir, salvo poi nobilitare il buon Hitchcock grazie ai saggi della Nouvelle Vague o citare Buster Keaton nei libri di Storia della cinematografia grazie al suo ruolo inFilm – che, però, era firmato da Samuel Beckett).

E così, mentre molti teatri si svuotano complice la crisi economica, i registi si arrovellano nel cercare di trasformare qualsiasi testo in una “autentica tragedia”… per lo spettatore, e i tragici – sempre più autoreferenziali – si rotolano sul palco e si confessano a scena aperta, ogni tanto, capita di incontrare personaggi come Alessandro Benvenuti. Orgogliosi della propria umiltà di teatrante; con un volto familiare – chi non ha visto, almeno in tv, Belle al barBenvenuti in Casa Gori o Ad Ovest di Paperino?; che propongono uno spettacolo in forma di monologo e reading drammatizzato, basandosi su testi corposi e convincenti, e mostrando una capacità attorale e una duttilità di voce che permettono loro di rivestire ogni ruolo, in special modo quelli femminili – sarà un caso che la nota rétro del ritratto di Silvana rimandi alle interpretazioni magistrali del fiorentino doc Paolo Poli? E, non contenti, sfoggiano una maestria tecnica e una partecipazione emotiva che quasi mai traspaiono proprio grazie all’indubbia bravura.
Così, le risate – anche quelle amare – degli spettatori, come lo scroscio di applausi finali, non sono dovuti a una presunta “ignoranza” del pubblico, bensì al pieno riconoscimento delle capacità autorali di Ugo Chiti (che firma sia Silvana sia il monologo del bottegaio con sogni di riscatto, Rutilio Canova) e di Benvenuti, oltre al sincero apprezzamento per quelle attorali di quest’ultimo.
Dopo lo spettacolo – come accade sempre più spesso ed è “cosa buona e giusta”, soprattutto in tempi di crisi – Donatella Diamanti, direttrice artistica de La Città del Teatro, pone qualche domanda a Benvenuti.
Si tratta quasi di una chiacchierata tra vecchi amici, ma nonostante l’apparente nonchalance, si scopre che Alessandro, come Dürrenmatt – che non scomodiamo a caso, dato lo humour nero che pervade anche i suoi testi, l’uso di un genere cosiddetto minore per creare autentici capolavori della letteratura e il rovello maniacale, ad esempio, intorno alleAnnotazioni d’un guardiano - riutilizza e rielabora anche testi precedenti, inserendoli a ragione nei nuovi lavori drammaturgici.
E scopriamo anche, grazie a una domanda di Donatella, che forse con la nuova Stagione un’altra presenza si aggiungerà a quella degli esseri mono-dialoganti che Benvenuti materializza in scena: quella di Mara (la moglie del protagonista del testo firmato da Benvenuti stesso), la cui voce sentiamo una sola volta – ci pare – quando afferma che è ora di «smetterla di essere schiavi delle pareti di casa» e, per dare seguito alle parole coi fatti, spiaccica un pomodoro sull’intonaco bianco. Ci sembra quasi di vederla, ci incuriosisce, questa donna così volitiva nel suo gesto di ribellione. E ci auguriamo che Benvenuti sia tanto bravo quanto lo fu Jean Rhys quando diede la versione dei fatti della prima signora Rochester, riscattandola dal ritratto – non a caso di parte – di Charlotte Brontë.

Di Luciano Ugge e Simona Maria Frigerio


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