Le mani violente di un padre nel silenzio della casa perfetta

Le mani violente di un padre nel silenzio della casa perfetta«Tutti sapevano e nessuno ha denunciato, ora ho trovato la forza di scrivere il mio vissuto in un libro e ne sono uscita».

«Sono cresciuta da sola. Tutti in famiglia sapevano che mio padre mi massacrava di botte. Ne era a conoscenza mia mamma, ma lo erano anche i miei fratelli, i parenti, i vicini di casa. Nessuno ha denunciato, nessuno ha fatto niente». Inizia così, andando subito al nocciolo della questione di una violenza subita taciuta, la storia di Silvia Giangrasso, 45 anni, di Cerea, impiegata all’ospedale di Borgo Trento a Verona e collaboratrice di Werther Masolini nell’associazione «Legnagofilodiretto». La sua è una vicenda di una donna coraggiosa. Di una donna che dopo tanti anni ed una malattia terribile, fortunatamente superata con forza e determinazione, è riuscita ad uscire allo scoperto e a raccontare tutto ciò che ogni giorno, fin dall’età di un anno, ha dovuto subire all’interno della sua famiglia.

«Era una famiglia all’apparenza perfetta», ha spiegato Giangrasso che per la prima volta ha reso nota la sua vicenda durante l’incontro Voci di donne, organizzato dalla Commissione Pari Opportunità di Legnago e dalla Fidapa locale, in occasione delle manifestazioni indette per la giornata internazionale contro la violenza alle donne, «la mia era la classica casa per bene: una madre, un padre, quattro figli e un cane. Da fuori tutto appariva normale. Invece, per anni, quel padre tanto stimato da tutti, ha sistematicamente maltrattato me e i miei fratelli. Bastava un nulla perchè succedesse qualcosa di terribile: una luce accesa, una ricerca a scuola su un argomento a lui non gradito, una radio o un disco da ascoltare mentre si sbrigava qualche faccenda domestica. Mio papà non rimproverava mai, picchiava. Picchiava e basta».

Una vita d’inferno, che a poco a poco, anno dopo anno, non solo ha lasciato nell’animo di Silvia tracce indelebili, ma l’ha esposta a nuovi pericoli e nuove vessazioni anche all’esterno della sua famiglia. «Quando si subiscono maltrattamenti», ha proseguito la donna, «si è soli ed indifesi. Ed essere soli ed indifesi significa anche altro: si diventa più facilmente vittime di orchi. Uomini orribili che si annidano ovunque, soprattutto nei luoghi dove i bambini dovrebbero essere più tutelati. È stato così che, dagli 8 ai 13 anni, oltre alle botte in casa, sono stata costretta a subìre le attenzioni particolari di un uomo. Mi toccava, mi infastidiva pesantemente. E quando ho trovato la forza di reagire, è riuscito ad isolarmi da tutti i miei compagni».

Da quel momento, Silvia, allora poco più che adolescente, decide che le resta solo una via d’uscita per salvarsi: «Ho cominciato a mangiare. Il cibo era l’unica cosa che mi permetteva di mettere a tacere la sofferenza. Ma soprattutto mi dava la possibilità di diventare brutta. Ed una volta diventata brutta, sarei stata finalmente tutelata». La terribile condizione di Silvia termina finalmente con l’arrivo di quello che sarebbe poi diventato suo marito ed il padre dei suoi due figli. «Sono riuscita ad uscire da quella spirale di violenza», ha ricordato la donna. «Ho una bella famiglia, un compagno meraviglioso e due figli maschi a cui ho insegnato il rispetto per le donne. Ma le conseguenze psicologiche purtroppo restano: sono come una cartella clinica sempre aperta. Io non odio affatto mio padre per quello che mi ha fatto. Quando è morto ho provato dolore e tuttora sento una gran pena per lui. La sua infanzia, nella Sicilia degli anni ’20, dove nacque come figlio illegittimo di un generale, lo aveva segnato terribilmente. Per questo, seppur romanzata, ho voluto raccontare la sua storia in un libro intitolato non a caso “Senza radici”. L’ho fatto per lui, quasi per riscattarlo da quel dolore. Ma anche per me stessa, perchè solo attraverso la scrittura sono riuscita finalmente a dare una spiegazione a tutto quello che poi è successo».

Di Elisabetta Papa


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