“Lo specchio di Luca” di Giacomo Crosa e Luca Pancalli

“Lo specchio di Luca” di Giacomo Crosa e Luca Pancallidi Fiamma Satta

Dopo aver finito di leggere questa autobiografia di Luca Pancalli (scritta con il giornalista sportivo Giacomo Crosa) la prima sensazione è di aver incamerato una buona dose di energia positiva e di grinta. La seconda è di voler conoscere una persona come la mamma di Pancalli. La terza è di prendere in seria considerazione il fatto di non aver tirato tutta fuori la forza che si crede di possedere.

A diciassette anni Luca Pancalli era una promessa del pentathlon, un ragazzo a cui piaceva fare sport, gareggiare, combattere per la vittoria. Il 25 giugno 1981, durante una gara internazionale di equitazione in Austria, il cavallo gli cadde sopra spezzandogli la schiena. Da quel momento il giovane Luca ha cominciato una sfida costante per non farsi annientare dalla “disgrazia”: le tappe di quei mesi dolorosissimi prima in ospedale a Vienna, poi nel Centro di Riabilitazione di Bad Haring sono descritte perfettamente, ma mai, leggendo, davvero mai, siamo tirati giù da quel dolore, ma siamo emotivamente trascinati in alto dalla forza che, riga dopo riga, il giovane Luca è obbligato a tirar fuori per non lasciarsi andare. E ne rimaniamo coinvolti. E’ stupefacente “osservare” che tutto, anche un impercettibile progresso nella riabilitazione, si trasforma per lui in un gradino per salire sempre più in alto, nella lunga scala che ha davanti a sé.

Salendo quella scala con imperterrita determinazione Pancalli taglierà un traguardo dopo un altro: il ritorno a casa, il ritorno a scuola, l’esame di maturità, la prima automobile, la ripresa dell’attività agonistica, le quattro edizioni di Paralimpiadi, le 8 medaglie d’oro, le 6 d’argento e quella di bronzo vinte, i primati mondiali, l’università, la laurea in Legge, l’amore, i figli, l’essere avvocato, i ruoli importantissimi nel Comitato Paralimpico, nel Coni, nelle Federazioni Sportive. E un protagonista del libro è proprio lo Sport che ha fornito a Pancalli quel formidabile spirito agonistico che gli ha permesso di vincere non solo gare ma la sfida più importante della sua vita.

Dietro a tutto questo arazzo, infine, c’è una figura materna di grande impatto: “mia madre era una flebo continua di fiducia” viene scritto nel libro, ed è vero. La mamma di Pancalli è una mamma talmente “sul pezzo”, per dirla in gergo giornalistico, che quando lui torna a casa dal centro di riabilitazione, in sedia a rotelle, lo invita a non approfittare della sua condizione, e a non pensare che le regole di casa valgano solo per i suoi fratelli. Una mamma “dura”, di quella durezza che nutre più del miele, sua mamma. Presente ad ogni gradino da salire, lei è lì a spronarlo e a ricordargli di non riposare sugli allori. Così, appena finito lo sforzo e ottenuto il risultato, da lei non arriva l’applauso, piuttosto l’indicazione per il gradino successivo… Un vero martello pneumatico, di quelli di cui ameremmo sentire il rumore.

LO SPECCHIO DI LUCA, di GIACOMO CROSA e LUCA PANCALLI, FAZI ED.

Apro gli occhi. Lentamente. Prima il destro, po il sinistro. Sono i primi movimenti coscienti della mia giornata. È una successione che mi sembra di ricordare da sempre e da sempre in anticipo sulla sveglia. Non so per quale misterioso motivo, ma devo avere un intimo orologio biologico che mi allerta prima che la sveglia mi blandisca con le sue armonie. È un fenomeno che deve avere origine in quel rigoroso senso di responsabilità e del dovere che sin da piccolo i miei genitori mi hanno inculcato. Ogni tanto mi diverto a dare soddisfazione alla sveglia e a me stesso, socchiudendo gli occhi e facendo finta di dormire ancora, quasi a voler regalare una speranza di vita vera a ciò che è e resterà sempre un oggetto. Il mio risveglio, di solito sereno, avviene su un letto matrimoniale di dimensioni regolari. Non è un talamo omerico come quello di casa Ulisse a Itaca, ma a lui sono affezionato, non fosse altro perché dal 1992 lo condivido con la stessa donna. Non è nemmeno un pezzo d’antiquariato. È basso, semplice, direi sobrio. Nella sua testiera di stoffa riprende i colori delle tende che arredano la stanza, ma è soprattutto una specie di campo base, sul quale iniziano le mie giornate. (…)


Download PDF

I commenti sono chiusi